domenica 15 agosto 2010

evoluzioni da seduto.pt.2

l'ho amata tanto follemente da perdere l'idea di cosa potesse esser folle. Non si è più o meno, si è. E le linee di ciò che mi circondava erano definite, completamente dipendenti dalla mia ricerca o volontà. Le linee. Creando un ordine assolutamente virtuale. mi sono perso. guardando crollare ogni pezzo, imbambolato. un bambino di fronte alla televisione. bocca semi aperta, occhio fisso, palpebre addormentate. e la testa leggermente in avanti, gobbo. un pirla che assiste al crollo di casa sua, credendo di guardare la televisione."

"Si, ma fondamentalmente devi convincerti di una cosa, amico mio."

"cosa"

"che a me, di tutto cuore, non me ne fotte un cazzo."

La birra era calda. poca. e calda. il bicchiere coperto dalle impronte di dita unte di patatina.

"tu devi andare e scoparti una puttana. questo devi fare."

"tu non dovresti dirmi queste cose, sei un prete!"

"io ora non sono un prete, sono un tuo cazzo di amico. e ti sto dicendo che mi hai rotto il cazzo. e che tu, amico mio, ora devi prendere e andare a scoparti una cazzo di puttana. non io."

"e secondo quale principio mi dai questa come soluzione, cazzo! sei un cazzo di prete mio amico cazzo non un cazzo di amico che fa il prete part time, cazzo!"

"secondo il cazzo di principio che se fossi un cazzo di uomo e non un prete sono certo che una cazzo di scopata mi risolverebbe un bel sacco di problemi!"

"oggesù cristo io non ci credo"

"a cosa, stronzo?! che con una scopata ti risolvi i problemi? certo, lo so che non ci credi, cristo io sono prete e mi sono scopato più donne di te prima di prendere i voti, cazzo, e ho iniziato a sedici cazzo di anni. sedici! mi sono scopato piu fighette io allora di te ad oggi, maledetto coglione!"

gratta gli occhi, mima un sorriso, su bravo. è il caso di abbozzare un sorriso. così. dio che caldo, la birra. vai a prendere una birra

"dove vai, stai fermo qui che non ho finito"

"una birra, voglio andare a prendere una birra"

"e ti devi alzare, cazzo?! "

si porta le mani alla bocca. lo fa. prende fiato, un sospiro. Urla.

"CAMERIERA UNA BIRRA AL TAVOLOoo.."

cerca il numero sul tavolo, sposta i tovaglili, sul posacenere, un etichetta bianca, scritta a pennarello.

cinque.

"CINQUE!"

mercoledì 11 agosto 2010

evoluzioni da seduto.pt.1

nero.
quei puntini bianchi sulla parete dell'occhio, tenendolo chiuso dopo aver fissato una luce.
la luce però era ovunque. riflessa sui vetri delle macchine, dal cielo che da azzurro sfiorava il bianco, brillante e insopportabile.
doveva chiudere gli occhi, per forza. un attimo. per favore.
chiudere la porta è l'ultima cosa che voleva fare. l'ultima nel senso che non desiderava altro. realmente. chiuderla dietro alle sue spalle. appoggiarsi al pavimento. e non fare più nulla.
respirare quando il cuore glielo ricordava.
quello e basta.
percepire il respiro come nulla.
Il buio non copriva del tutto le lenzuola del letto. nonostante le finestre barricate, e forse un minimo di spiffero dagli stipiti della porta, la linea delle lenzuola restava visibile e chiara.
Quel pomeriggio aveva in testa un uomo incontrato poco prima.
basso, assolutamente, con braccia tozze e ginocchia larghe, il volto triangolare, il naso pronunciato, ma sempre morbido, piccolo e strano.
"io non sono in grado di essere una persona adulta"
diceva
"io non riesco a smettere di comportarmi come un bambino"
era una nenia, ripeteva regolarmente le due frasi ampliando l'arco delle sopracciglia, abbassando il mento, bocca molle. tristemente.
"e ora se ne vanno anche le giostre, cazzo"
in effetti nella piazzetta dietro di noi, accanto alla strada, non c'era più nulla.
Era rimasto un mucchio di sacchi di spazzatura, un calabrone li ispezionava ronzando nervoso.
"ora non ho più un cazzo da fare"
in effetti, così era.
tre settimane. questo è il periodo che vede, in quello spazio, le giostre estive del paese.
e quelle maledette tre settimane sono le uniche, nell'arco dell'anno, durante le quali quell'ometto svogliato ritrova vibrante felicità.
fedele fin dal mattino, con colazione e tutto, si intende.
A passeggiar nei parcheggi, aiutando e indicando i nuovi arrivati.
"vai, vai, più a destra, vai, cosi, bòna. bòna!"
Le caramelle, due risate con gli amici albanesi che si stanno sfidando con il pungibàll
"le giostre del paese accanto sono meglio, per il pungibàll, se tipo fai la sfida con un amico, e vinci, tipo ti da due pupazzi, per tutti e due, non uno solo"
e stigrancazzi. pensava.
fatto sta che quel povero pirla non trovava altro piacere che il partecipare a quelle tre settimane di ciambelle fritte e salamella. insulti da autoscontro. e sberle per ragazzine. sempre in disparte, sorridendo con la birra in mano. ah si, è vivo. cazzo. ora è vivo.
In vista d'altri mesi, lavorando a testa bassa.
"devo smetterla di comportarmi come un bambino"

Quando riaprì gli occhi era già notte.
sera. insomma.
buio.

dalle tapparelle filtrava un vento più freddo.
fischiava, leggero.
con il secondo sfarfallio di chiome d'albero capì che era un temporale, quel bussare alle finestre, gentile ad annunciarsi, come ogni volta d'estate tra quei campi di granoturco e capannoni vuoti.
Scese le scale barcollando. che rabbia addomentarsi di pomeriggio, che rabbia cazzo.
Quelle sere dove non sai come stare in piedi, e dormire non è solo il solito gioco con la notte. è inconcepibile.
seduto in giardino si respira. decisamente meglio.
il vento sale, ci sono fulmini che coprono l'orizzonte, e salgono, su linee anarchiche.
Sul davanzale della finestra accanto a lui un CD. "fulmini e temporale", 12 tracce con campionature ambientali registrate durante forti manifestazioni climatiche.
Era un regalo, lo tenne in camera da quando lo acquistò, e non riuscì più a consegnarlo, assieme ad una compilation di musiche popolari indiane, e a 12 vasetti di piante grasse, ognuna di un tipo diverso. pelosa. ispida. frastagliàta. a scaglie. puntigginosa. paffuta.
poi in uno degli schizzi da lavanderina, venne spostato in giardino.
assieme alle piante grasse.

mercoledì 4 agosto 2010

ferràglia

"lui era uno di quelli che nel portafogli tengono cinque euro piegati,il codice fiscale, la postepay, e la tessera della raccolta punti per le birre al pub.
Seguendolo non potevo che infastidirmi, il suo ciondolare era surreale, irritante, da corrergli incontro, e tenendogli le spalle forte, squotendolo, urlare.
- Staaài dritto cazzo!
uno, due tre, quattro mandate.
apre la porta, legno lucido, laccàto, pesante, si apre su un pavimento pesante quanto l'uscio, scuro, incapace di riflettere luce, anzi, la mangiava, la luce.
tre passi veloci verso un corridoio, tutta la stanza era coperta da un ombra nebbiosa, sulla sinistra, scorrendo i passi, una porta aperta.
- ciao nonni!
dentro una cucina, sulla poltrona da una parte della stanza, il nonno, ansimante, ammaina il braccio sbuffàndo un saluto, dal pavimento la nonna, sdraiata a terra, con mezza testa sotto la proiezione del tavolo, occhio spalancato e sorriso imbarazzante.
- ciao tesoro!
via nel corridoio, vuoto, nero, terza porta che si apre, una stanza spòglia con un tappeto in terra, due matite, una finestra con le persiane chiuse, poca luce filtrante, un televisore acceso.
nella stanza accanto un tavolone da pranzo, sarà stato castagno, segnato da coltelli e solchi di penne che infrangono i fogli.
- sono due mesi che mangiamo solo prugne. prugne fresche, cotte, frullate, gratinate, secche, in ogni modo. se avevo il minimo accenno di probabilità di soffrir di stitichezza, ora, giuro, l'ho debellàto."

interrompere l'onda del polso è spesso traumatico.
capita poi quando si è talmente che concentrati da squilibrarsi, l'energia è vincolata in un canale mente mano, ragionando parole e suoni, e quel sentimento. quel maledetto sentimento.
il treno si fermò abbastanza bruscamente. semaforo rosso. c'era da aspettare.
Una cosa che non sono mai riuscito a sopportare è l'odore dei freni di questi treni, per il resto non so cosa dire, ci sono affezionato.
Mi piace l'aria che da tutti i finestrini aperti scivola tra i sedili e mi sbatte in faccia, quando nei pomeriggi torridi mi avventuro assieme a pochi, tra questi vagoni, sedendomi sul posto in fondo, al centro, godendo di folate rumorose dalla campagna circostante.
Mi piace il soffio delle porte che si chiudono, e fissare i fili della corrente che a lato del finestrino mi rincorrono. Su, giù, su, giù, su, giù.
Quando piove mi immergo tra i vetri, con lo sguardo, a cercare equilibri assieme a quelle gocce che tra intercapedine e angoli si sono infilati, appunto, tra il doppio strato di vetri.
Prima tutte indietro, unite in un angolo, spinte dall'inerzia in un triangolo vibrante, poi via veloci dalla parte opposta, con la velocità che diminuisce, a schiantarsi sul filo di silicone.
Si ferma il tempo.
Non sono di fretta, anche se lo sono, e se fa caldo, faccia caldo, se fa freddo. faccia freddo.
Cerco a volte i segni di esperienze vissute, come se il caso mi ponesse su quello stesso vagone che quel giorno mi vedeva con.
O quel sedile dove ho provato questo.
e quello.
dove ho letto quella frase, e mi sono fermato a fissare chi mi stava seduto di fronte.
dove ascoltando quella musica, capii di averti perduta.
dove mi perdo io ora, tra soffi di vento, e gocce intrappolate.

martedì 20 luglio 2010



prendo mezza anguria. spingo il cucchiaio in fondo, giro.
una palla quasi perfetta
rossa e dissetante

"così il lupo, una volta concluso il periodo da contratto di locazione, dovétte sloggiàre. Il lupo, capisci, dopo le faccende con la nonna e quella bimba pestifera. ci aveva messo mesi per potersi riprendere.
E non ditemi che era morto, evitiamo discussioni di biologia e veterinària.
Il lupo fu ricucito e passò un periodo di riabilitazione decisamente lungo.
Ora doveva andarsene fuori dal cazzo.
dico io.
Chissà che fine pessima che farà quel povero cristo."

ti piace? ora dormi che devo finire di scrivere una sfilza di robe.
- tienimi la mano
è difficile che io possa tenertela, non hai intenzione di chiedermi, per caso, di restare qui a tenerti la mano finchè non ti addormenti, vero.
- tienimi la mano
e poi le grate del lettino
da restar seduto con l'osso del culo che ti fa un male cane
- dammi la mano

Pensando agli aereoplani
la spiaggia di barcellona è una passerella aérea.
il vento é la cosa che piu mi metteva pace, e senso di distacco totale.
Ogni respiro un orda d'ària stravolgeva la gola, un fiume in piena, buttàr dietro la testa.
Sorridi.

giovedì 24 giugno 2010

grossomodo

certo che il gelsomino, da compagno di buon giorno è diventato un ossessione. nonostante sia un sostenitore di quel profumo, ora lo reputo insopportabile.
palesemente buono.
mi arrampico sulla sedia per far vibrare costantemente le ginocchia sotto il tavolo.
chiudi gli occhi per favore. non voglio altro. poi nel buio si pensa meglio. se non si vuol pensar alla luce.
pregandomi come devoto. ogni notte. è questo il consiglio che mi sono dato.
piegandomi ogni notte. come devoto.
ciao.
ciao.
ma tu non hai mai la sensazione che quello che magari in questo momento stai pensando non possa essere espresso se non direttamente e unicamente alla persona che scatena quel pensiero, o che da quel pensiero ti appare.?.
sennò perderebbe il significato. o si accetta che venga rielaborato per la sola necessità di arrivare ad esprimerlo a quella persona.
poter conlcudere le proprie intenzioni.

a cosa pensi?
ci sono quelle sospensioni. tu sei quella sospensione. poi si ordinano in abitacoli. catalogate. e ogni sospensione richiede il suo tempo. sospeso. e il suo peso. sospeso.
l'equilibrio. sospeso.
ma se di equilibrio non si tratta. cosa comporta questa sospensione. me lo dici? nella permanente consapevolezza che è molto meglio rendersi fieri di sospendere il caos piuttosto che la quiete. dando un peso ad un elemento piuttosto che all'altro.
catalogando in scala di valori il caos e la quiete? si
vai in bicicletta? si
dico, ci vai bene, sciolto.
si
ecco, e come ci vai.
come, come ci vado, ci vado, pedalo.
esatto, pedali, tieni il manubrio e pedali. quello è un equilibrio.
mh.
eppure quando eri ragazzetto. ma anche ora. insomma. non ti senti più forte, quando pedali senza mani?

giovedì 17 giugno 2010

digiornoinnulla

lo so, non posso. eppure è incontrollabile
intangibile
ma presente
la scomunica del mio cuore al cervello

domenica 13 giugno 2010

forse

.devo farmi una ragione, per l'ombra che mi segue leccata alla suola.
Devo darmi un opinione, per quel sole che mi scotta il viso.
dove porto poi l'insieme, dividendomi tra luce e buio abbracciati
non posso chiederlo alle gambe
che han poco fiato per fermarsi e ragionare
ma inerzia tanta da romper le ginocchia
e continuare.

mercoledì 9 giugno 2010

.mattino

dovessi
con questo suono
darti note
non potrei immaginare
il colore dei tuoi occhi

lunedì 7 giugno 2010

03

Ed io nel mio universo ho incontrato il tuo
di galassie e pianeti completamente diversi.
Di energie folli e grandiose.
Di equilibri da far ruotare un mondo.
Di spazi bui, carichi di ignoto.

Di paura di quel niente.

lunedì 31 maggio 2010

abbandono

nell'atto del protendere non un braccio ma l'anima tutta
in quel gesto tra partenza ed arrivo
sono state le mie di mani a tremare
dando alle dita spazio per debolezze
e silenzi
e provocazioni
e principi di nulla di forma immensa, pesante
le spalle a seguire quell'ossessione tremolante
la schiena
le gambe
tutto

ed occhio fisso, sul tuo corpo nudo
che cadendo nell'ombra implorava il suo sole
che spezzandosi sotto i colpi delle tue lacrime
come dal buio è venuto
nel buio mi ha lasciato

immensamente maledico
la mia lingua muta
e il mio groppo bastardo

per quell'amaro che mi macchia il giorno
per quella rabbia che mi contorce la notte

non posso continuare

mercoledì 12 maggio 2010

un istante
due passi d'asfalto
ed acqua nelle scarpe, intriso, tremando.

Ero sopra quelle nuvole
mentre le gambe portavano il resto



lunedì 3 maggio 2010

.

E' inevitabile pensarci
come un orologio pensa al secondo
resta il tono di una macchia sul foglio
il palmo sporco di matita
un gran bel disegno

resta tutto quello che era sentire
che era bisogno


domenica 2 maggio 2010

E piove, poi, in questo modo.
E quando piove mi sento bagnato.
E' come se il mondo riproducesse in stereo l'identica sensazione che mi picchietta la testa.
Poi ci si prova a non farci caso.
Ma se piove, anche.
Ora.

venerdì 16 aprile 2010

m.

alla fine la parola non ha alcun significato. non per quello che potrebbe avere a livello grammaticale, eccetera, ma dal momento in cui viene pronunciata, diventa potente come un suono, e inconcreta.
E' l'attimo, che da alla parola il significato.
Il significato è mutabile, il significato aderisce al sentimento che qualsiasi momento può caratterizzare ma non implica un imposizione del significato, appunto, iniziale.
Una melodia ci porta inevitabilmente a collegarla con un particolare momento vissuto in cui quella melodia completava un significato.
Capita spesso, però, di trovarsi ad ascoltare una melodia precedentemente ricollegata ad un momento, adattandola poi ad un altro, con quel retrogusto di merda spesso espresso, che limita ogni comportamento, ogni liberazione.
E libera-azione.

giovedì 15 aprile 2010

sudo


linee elettriche di salto in salto
il cuore non lo sento
come le ombre svaniscono nel rincorrere un momento
travolte da luci e raggi di sgomento
spengo
la visione distaccata delle cose


venerdì 9 aprile 2010

.

bobborobborobbborobbobbò
canticchiava
e le note non prendendo suoni lievi, straziavano il silenzio
senza forza ne volontà
l'abbandono del ricercarsi.

è lunga poi la strada, tra parole dette e frasi d'entusiasmo
come fai

come fai

mercoledì 7 aprile 2010

2.percezione

[...]
-si, si, dirài
afferrò la pala e cominciò a ricoprire il corpo.
Con la polvere sul viso sembrava truccata come quelle notti passate al club, ballando tra la confusione delle luci, sotto respiri di ansia da prestazione.
Ora le luci non riflettevano nessun raggio nei suoi occhi, il brillìo si appoggiava sulla palpebra come detriti e pezzi di terra.
Era morta, null'altro da dire.
Fu allora che tra uno sforzo e l'altro, mentre il sudore appiccicava il palmo, un abbandono totale lo prese alle ginocchia, facendolo crollare, secco di stinco sui sassi. Iniziò a piangere, senza neanche rendersene conto, come un esplosione incontenibile.
Con le mani sporche di lutto cercò di trattenere quella dispersione, asciugando nevrotico le occhiaie irritate, mescolando a quella terra lacrime e singhiozzi.
Non pensava a nulla. Non riusciva ad associare un sentimento a quella situazione, così come non riusciva a ragionare sul quando, quella tortura, sarebbe finita.
Lacrime su lacrime, zavorrato a terra, gli spilli dei primi tagli alle gambe iniziavano a farsi sentire.
Poi luce.
Un bagliore, folgorante.
[...]

venerdì 2 aprile 2010

mercoledì 31 marzo 2010

rileggendo

E t'amo, perchè mai d'inverno ho avuto tanto sole.
Di rimestolii stanchi di rancore e colpa.
Perchè in quel petto rosso, non sentivo che il tuo cuore, danzante tra le pertiche di un tetto, come tra i rottami del mio.
In notti fumose, sventrate dalla luna.
Cantando versi lacrime.

23.01.10