lunedì 26 ottobre 2009

Saìma

I passi brevi non erano sintomo di paralisi.
Voleva vivere uno spazio più grande, Saìma, ed il suo le pareva piccino.
Le piastrelle del pavimento della stazione scandivano il ritmo regolare dei suoi muscoli legati.
Il freddo
La fame
Il riposo sulle panchine di marmo
Le anfetamine
Un solco solo sul suo volto via dall'occhio fino al labbro, come consumata da una lacrima perenne
nata arida sotto il sole Africano, spoglia e secca nel gelo di milano.
La volta di ferro sulla sua testa spettinata la illuminava di neon e luci di treno.
La gente veloce la sfiorava appena, sembrava quasi crollare tra folate di vento.
Quando si siede, Saìma, va dove ci vanno i bagagli.
E a quegli umani frettolosi sorride, puntando il dito, lanciando una bestemmia malata.
Poi si ferma, rigida, di colpo dal riso saziata.
Un bagliore le taglia la mente, fruga preoccupata tra le borse, ed estrae due tovaglioli di carta, quelli ruvidi dei bagni pubblici per asciugarsi le mani.
Saìma quanto hai perso
Saìma si è stancata
Sfoglia le carte con sguardo vivo laddove nascevano lettere, parole, storie, un libro.
Quante avventure leggi, Saìma
a seguire con il dito paragrafi d'aria e dita mangiate.
Saìma ora sogna, voi fate quel che fate.





lunedì 7 settembre 2009

lungo il viale

Solitamente chi faceva quelle cose, dalle nostre parti, si permetteva esternazioni e rumori ben inferiori alla percezione umana.
Non esisteva.
Lui invece si comportava come se l'età adolescenziale lo avesse ancora mantenuto integro di mancanza di preoccupazioni, o pudore, in un certo senso, rispetto a quello che faceva.
Quindi il suo entusiasmo lo portò a far come si doveva quella maledettissima rete impenetrabile, a circondare l'intero prato, ma chiusosi dentro non tratteneva baccani e compagnìe sonore.
Lui esisteva.
Ora, di fronte a questo genere di comportamenti le cose sono due, non ci si scavicchia troppo la mente in altre soluzioni: o le attenzioni diventano la condanna, o i tuoi vicini erano hippie fricchettoni.
E lui coltivava così questi arbusti invadenti.
Invitando amici, cugini, parenti.
Finita la considerazione un rumore di narice mi distolse dall'angolo del tavolo, tirò cosi tanta bamba da far tremare l'occhio a chi gli sedeva accanto.
E non moriva, non riuscivo a capire come persone che escono al mattino inciampano e ci restano secche, mentre lui addizionando ogni genere di sostanza ai propri enzimi non faceva altro che avere altro tempo in fronte a se per poter addizionare quelli restanti.


"...fucking laugh, first put roots
fuck you, shout if you'r
come down from the bag alight
because if your feet are
sure you have the right.."


senza sapere cosa stesse cantando.
I pomeriggi fermi delle campagne lombarde, la foglia distoglie l'attenzione, un passerotto la esalta.
- la urlavano in un pub irlandese dei tipi a Zurigo.
Tralasciando l'immagine che deve esser stata, dando per scontato che la "popolazione locale" fosse vestita con calzoncini in camoscio e scarponcini di pelle di mucca.
E una decina di pallidi cicciotti volgari con le guancie macchiate di rosso che sbraitano una filastrocca inventata.





venerdì 3 luglio 2009

Pont-Aven - 4 febbraio 1864 -

"Ti scrivo dal fondo della mia prigione, il tempo passa lento come le gocce che bagnano la mia fronte, lentamente, costantemente, imperterrite, battono sul mio cranio. La luce morta, debole, si lascia andare lungo la parete, come il giorno in un tramonto senza colori. E ti penso. Sei quella luce, sei quella speranza. Lo sei? e mi ci metto ad alzare lo sguardo, fiero, tra l'odore del mio corpo morto e sporco, legato arreso, tendendo il collo, linea a sostenere il tutto, per vedere del bagliore in alto, non altro che il cielo, e non il nero del muro travolto. Come vorrei poterti avere, lungo i pendii della nostra Bretagna! Quando i tuoi capelli sciolti dirigevano un orchestra di fili d'erba giocosi. O quando ci tuffavamo, in un balzo tra argoat e armor, come tremavi in quel mare scuro e schiumoso, come ridevamo scaldandoci sotto le coperte di lana, respirando il sospiro della nostra ti Breizh! Quanto ti amavo! E quanto ancora t'amo, riscaldato solamente da questi ricordi, e dalla speranza che tu possa leggere un giorno queste mie parole felici, sfogo di rabbia e dolore carnale, dedicando alla mia mente il sogno della mia amata felice, che prepara krampouezh al mattino, e chistr per ogni piacevole momento di pace, sognandomi finalmente libero da questa condizione, guardando war vor atao."






Lettere di un carcerato
Pont-Aven 4 febbraio 1864









mercoledì 10 giugno 2009

Visceralmente

lunedì 20 aprile 2009

allegria

poi con che fragore esplodi
riso!
E poi il vuoto.
Rimbalzi in un tubo bianco

C'è

che mentre il centro della nube, lento, gira
spruzzando a lati sbuffi veloci di pioggia
saldando terra in cielo, come rabbia e luce

io rido
per la goccia che freddolosa
cerca riparo dietro il mio collo,
guizzo fresco sulla pelle addormentata

bella e fastidiosa