nero.
quei puntini bianchi sulla parete dell'occhio, tenendolo chiuso dopo aver fissato una luce.
la luce però era ovunque. riflessa sui vetri delle macchine, dal cielo che da azzurro sfiorava il bianco, brillante e insopportabile.
doveva chiudere gli occhi, per forza. un attimo. per favore.
chiudere la porta è l'ultima cosa che voleva fare. l'ultima nel senso che non desiderava altro. realmente. chiuderla dietro alle sue spalle. appoggiarsi al pavimento. e non fare più nulla.
respirare quando il cuore glielo ricordava.
quello e basta.
percepire il respiro come nulla.
Il buio non copriva del tutto le lenzuola del letto. nonostante le finestre barricate, e forse un minimo di spiffero dagli stipiti della porta, la linea delle lenzuola restava visibile e chiara.
Quel pomeriggio aveva in testa un uomo incontrato poco prima.
basso, assolutamente, con braccia tozze e ginocchia larghe, il volto triangolare, il naso pronunciato, ma sempre morbido, piccolo e strano.
"io non sono in grado di essere una persona adulta"
diceva
"io non riesco a smettere di comportarmi come un bambino"
era una nenia, ripeteva regolarmente le due frasi ampliando l'arco delle sopracciglia, abbassando il mento, bocca molle. tristemente.
"e ora se ne vanno anche le giostre, cazzo"
in effetti nella piazzetta dietro di noi, accanto alla strada, non c'era più nulla.
Era rimasto un mucchio di sacchi di spazzatura, un calabrone li ispezionava ronzando nervoso.
"ora non ho più un cazzo da fare"
in effetti, così era.
tre settimane. questo è il periodo che vede, in quello spazio, le giostre estive del paese.
e quelle maledette tre settimane sono le uniche, nell'arco dell'anno, durante le quali quell'ometto svogliato ritrova vibrante felicità.
fedele fin dal mattino, con colazione e tutto, si intende.
A passeggiar nei parcheggi, aiutando e indicando i nuovi arrivati.
"vai, vai, più a destra, vai, cosi, bòna. bòna!"
Le caramelle, due risate con gli amici albanesi che si stanno sfidando con il pungibàll
"le giostre del paese accanto sono meglio, per il pungibàll, se tipo fai la sfida con un amico, e vinci, tipo ti da due pupazzi, per tutti e due, non uno solo"
e stigrancazzi. pensava.
fatto sta che quel povero pirla non trovava altro piacere che il partecipare a quelle tre settimane di ciambelle fritte e salamella. insulti da autoscontro. e sberle per ragazzine. sempre in disparte, sorridendo con la birra in mano. ah si, è vivo. cazzo. ora è vivo.
In vista d'altri mesi, lavorando a testa bassa.
"devo smetterla di comportarmi come un bambino"
Quando riaprì gli occhi era già notte.
sera. insomma.
buio.
dalle tapparelle filtrava un vento più freddo.
fischiava, leggero.
con il secondo sfarfallio di chiome d'albero capì che era un temporale, quel bussare alle finestre, gentile ad annunciarsi, come ogni volta d'estate tra quei campi di granoturco e capannoni vuoti.
Scese le scale barcollando. che rabbia addomentarsi di pomeriggio, che rabbia cazzo.
Quelle sere dove non sai come stare in piedi, e dormire non è solo il solito gioco con la notte. è inconcepibile.
seduto in giardino si respira. decisamente meglio.
il vento sale, ci sono fulmini che coprono l'orizzonte, e salgono, su linee anarchiche.
Sul davanzale della finestra accanto a lui un CD. "fulmini e temporale", 12 tracce con campionature ambientali registrate durante forti manifestazioni climatiche.
Era un regalo, lo tenne in camera da quando lo acquistò, e non riuscì più a consegnarlo, assieme ad una compilation di musiche popolari indiane, e a 12 vasetti di piante grasse, ognuna di un tipo diverso. pelosa. ispida. frastagliàta. a scaglie. puntigginosa. paffuta.
poi in uno degli schizzi da lavanderina, venne spostato in giardino.
assieme alle piante grasse.
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