"lui era uno di quelli che nel portafogli tengono cinque euro piegati,il codice fiscale, la postepay, e la tessera della raccolta punti per le birre al pub.
Seguendolo non potevo che infastidirmi, il suo ciondolare era surreale, irritante, da corrergli incontro, e tenendogli le spalle forte, squotendolo, urlare.
- Staaài dritto cazzo!
uno, due tre, quattro mandate.
apre la porta, legno lucido, laccàto, pesante, si apre su un pavimento pesante quanto l'uscio, scuro, incapace di riflettere luce, anzi, la mangiava, la luce.
tre passi veloci verso un corridoio, tutta la stanza era coperta da un ombra nebbiosa, sulla sinistra, scorrendo i passi, una porta aperta.
- ciao nonni!
dentro una cucina, sulla poltrona da una parte della stanza, il nonno, ansimante, ammaina il braccio sbuffàndo un saluto, dal pavimento la nonna, sdraiata a terra, con mezza testa sotto la proiezione del tavolo, occhio spalancato e sorriso imbarazzante.
- ciao tesoro!
via nel corridoio, vuoto, nero, terza porta che si apre, una stanza spòglia con un tappeto in terra, due matite, una finestra con le persiane chiuse, poca luce filtrante, un televisore acceso.
nella stanza accanto un tavolone da pranzo, sarà stato castagno, segnato da coltelli e solchi di penne che infrangono i fogli.
- sono due mesi che mangiamo solo prugne. prugne fresche, cotte, frullate, gratinate, secche, in ogni modo. se avevo il minimo accenno di probabilità di soffrir di stitichezza, ora, giuro, l'ho debellàto."
interrompere l'onda del polso è spesso traumatico.
capita poi quando si è talmente che concentrati da squilibrarsi, l'energia è vincolata in un canale mente mano, ragionando parole e suoni, e quel sentimento. quel maledetto sentimento.
il treno si fermò abbastanza bruscamente. semaforo rosso. c'era da aspettare.
Una cosa che non sono mai riuscito a sopportare è l'odore dei freni di questi treni, per il resto non so cosa dire, ci sono affezionato.
Mi piace l'aria che da tutti i finestrini aperti scivola tra i sedili e mi sbatte in faccia, quando nei pomeriggi torridi mi avventuro assieme a pochi, tra questi vagoni, sedendomi sul posto in fondo, al centro, godendo di folate rumorose dalla campagna circostante.
Mi piace il soffio delle porte che si chiudono, e fissare i fili della corrente che a lato del finestrino mi rincorrono. Su, giù, su, giù, su, giù.
Quando piove mi immergo tra i vetri, con lo sguardo, a cercare equilibri assieme a quelle gocce che tra intercapedine e angoli si sono infilati, appunto, tra il doppio strato di vetri.
Prima tutte indietro, unite in un angolo, spinte dall'inerzia in un triangolo vibrante, poi via veloci dalla parte opposta, con la velocità che diminuisce, a schiantarsi sul filo di silicone.
Si ferma il tempo.
Non sono di fretta, anche se lo sono, e se fa caldo, faccia caldo, se fa freddo. faccia freddo.
Cerco a volte i segni di esperienze vissute, come se il caso mi ponesse su quello stesso vagone che quel giorno mi vedeva con.
O quel sedile dove ho provato questo.
e quello.
dove ho letto quella frase, e mi sono fermato a fissare chi mi stava seduto di fronte.
dove ascoltando quella musica, capii di averti perduta.
dove mi perdo io ora, tra soffi di vento, e gocce intrappolate.
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