sabato 21 agosto 2010

evoluzioni da seduto.pt.3

"dicevamo"

"nulla, non dicevamo nulla"

"il cazzo, nulla. prendi questi."

no, non l'ha fatto. si.

risedendosi, appoggia una banconota da cento euro sul tavolo.

arriva la cameriera. fissa la banconota, appoggia la birra, fa per prenderla.

"che cazzo fai"

l'immagine poi era surreale. l'immagine.

il colletto bianco di plastica era visibilissimo. d'atronde. senza quello poteva sembrare anche un qualunque uomo di mezza età con lo sguardo violento e un debole per le camice nere.

"mi scusi, credevo li avesse appoggiati per pagare.."

lei era intimorìta.

metto la mano sul braccio del parroco.

"non mi sembra il caso di parlare in questo modo"

" e chi cazzo è il prete qui, franz?!"

chiude gli occhi, sospira, li apre fissando la poverétta.

"non sono per pagare, pago dopo, tieni quelle cazzo di mani al tuo posto, signorina, lo dice anche la bibbia"

spiazzànte.

lei si ritira insicura se esprimere rabbia, o almeno vergogna, o se mettersi a piangere, paralizzata in una smorfia sottile e pesantìssima.

"così però no, veramente"

"mh, si, ascoltami invece. questi sono tuoi."

"ma non mi servono cento fottutissimi euro, Albert, perchè mi stai dando questi cazzo di soldi?!"

"sono per la puttana. con questi, amico mio, ti ci paghi una che ti fa stendere il cervello per qualche ora. cosi domani in questa identica situazione eviti di smaronàrmi con le tue ossessiòni affèttive, che non fanno che affèttare i maroni a me, e nulla a te, che resterèsti lì, come ora, a fissarmi con una faccia da culo che ti giuro se non la cambi ti prendo a calci."

è sempre stato così, non mi stupiva il tono.

ma il gesto non me lo aspettàvo, lo giuro.

Non avevo mai avuto a che fare con una situazione del genere. e pensandoci non avevo mai parlato con lui di argomenti del genere. con nessuno. ma con lui poi.

aveva passato anni a insultarmi seduto al tavolo dell'oratorio, invitandomi in chiesa.

"vieni e parliamo, cristo! invece di fare il poeta maledetto del cazzo! così mi racconti come stai, non ti chiedo di confessàrti, lo facessi, cazzo lo facessi giuro sul signore che è mio amico che domani faccio messa ubriaco!"

domenica 15 agosto 2010

evoluzioni da seduto.pt.2

l'ho amata tanto follemente da perdere l'idea di cosa potesse esser folle. Non si è più o meno, si è. E le linee di ciò che mi circondava erano definite, completamente dipendenti dalla mia ricerca o volontà. Le linee. Creando un ordine assolutamente virtuale. mi sono perso. guardando crollare ogni pezzo, imbambolato. un bambino di fronte alla televisione. bocca semi aperta, occhio fisso, palpebre addormentate. e la testa leggermente in avanti, gobbo. un pirla che assiste al crollo di casa sua, credendo di guardare la televisione."

"Si, ma fondamentalmente devi convincerti di una cosa, amico mio."

"cosa"

"che a me, di tutto cuore, non me ne fotte un cazzo."

La birra era calda. poca. e calda. il bicchiere coperto dalle impronte di dita unte di patatina.

"tu devi andare e scoparti una puttana. questo devi fare."

"tu non dovresti dirmi queste cose, sei un prete!"

"io ora non sono un prete, sono un tuo cazzo di amico. e ti sto dicendo che mi hai rotto il cazzo. e che tu, amico mio, ora devi prendere e andare a scoparti una cazzo di puttana. non io."

"e secondo quale principio mi dai questa come soluzione, cazzo! sei un cazzo di prete mio amico cazzo non un cazzo di amico che fa il prete part time, cazzo!"

"secondo il cazzo di principio che se fossi un cazzo di uomo e non un prete sono certo che una cazzo di scopata mi risolverebbe un bel sacco di problemi!"

"oggesù cristo io non ci credo"

"a cosa, stronzo?! che con una scopata ti risolvi i problemi? certo, lo so che non ci credi, cristo io sono prete e mi sono scopato più donne di te prima di prendere i voti, cazzo, e ho iniziato a sedici cazzo di anni. sedici! mi sono scopato piu fighette io allora di te ad oggi, maledetto coglione!"

gratta gli occhi, mima un sorriso, su bravo. è il caso di abbozzare un sorriso. così. dio che caldo, la birra. vai a prendere una birra

"dove vai, stai fermo qui che non ho finito"

"una birra, voglio andare a prendere una birra"

"e ti devi alzare, cazzo?! "

si porta le mani alla bocca. lo fa. prende fiato, un sospiro. Urla.

"CAMERIERA UNA BIRRA AL TAVOLOoo.."

cerca il numero sul tavolo, sposta i tovaglili, sul posacenere, un etichetta bianca, scritta a pennarello.

cinque.

"CINQUE!"

mercoledì 11 agosto 2010

evoluzioni da seduto.pt.1

nero.
quei puntini bianchi sulla parete dell'occhio, tenendolo chiuso dopo aver fissato una luce.
la luce però era ovunque. riflessa sui vetri delle macchine, dal cielo che da azzurro sfiorava il bianco, brillante e insopportabile.
doveva chiudere gli occhi, per forza. un attimo. per favore.
chiudere la porta è l'ultima cosa che voleva fare. l'ultima nel senso che non desiderava altro. realmente. chiuderla dietro alle sue spalle. appoggiarsi al pavimento. e non fare più nulla.
respirare quando il cuore glielo ricordava.
quello e basta.
percepire il respiro come nulla.
Il buio non copriva del tutto le lenzuola del letto. nonostante le finestre barricate, e forse un minimo di spiffero dagli stipiti della porta, la linea delle lenzuola restava visibile e chiara.
Quel pomeriggio aveva in testa un uomo incontrato poco prima.
basso, assolutamente, con braccia tozze e ginocchia larghe, il volto triangolare, il naso pronunciato, ma sempre morbido, piccolo e strano.
"io non sono in grado di essere una persona adulta"
diceva
"io non riesco a smettere di comportarmi come un bambino"
era una nenia, ripeteva regolarmente le due frasi ampliando l'arco delle sopracciglia, abbassando il mento, bocca molle. tristemente.
"e ora se ne vanno anche le giostre, cazzo"
in effetti nella piazzetta dietro di noi, accanto alla strada, non c'era più nulla.
Era rimasto un mucchio di sacchi di spazzatura, un calabrone li ispezionava ronzando nervoso.
"ora non ho più un cazzo da fare"
in effetti, così era.
tre settimane. questo è il periodo che vede, in quello spazio, le giostre estive del paese.
e quelle maledette tre settimane sono le uniche, nell'arco dell'anno, durante le quali quell'ometto svogliato ritrova vibrante felicità.
fedele fin dal mattino, con colazione e tutto, si intende.
A passeggiar nei parcheggi, aiutando e indicando i nuovi arrivati.
"vai, vai, più a destra, vai, cosi, bòna. bòna!"
Le caramelle, due risate con gli amici albanesi che si stanno sfidando con il pungibàll
"le giostre del paese accanto sono meglio, per il pungibàll, se tipo fai la sfida con un amico, e vinci, tipo ti da due pupazzi, per tutti e due, non uno solo"
e stigrancazzi. pensava.
fatto sta che quel povero pirla non trovava altro piacere che il partecipare a quelle tre settimane di ciambelle fritte e salamella. insulti da autoscontro. e sberle per ragazzine. sempre in disparte, sorridendo con la birra in mano. ah si, è vivo. cazzo. ora è vivo.
In vista d'altri mesi, lavorando a testa bassa.
"devo smetterla di comportarmi come un bambino"

Quando riaprì gli occhi era già notte.
sera. insomma.
buio.

dalle tapparelle filtrava un vento più freddo.
fischiava, leggero.
con il secondo sfarfallio di chiome d'albero capì che era un temporale, quel bussare alle finestre, gentile ad annunciarsi, come ogni volta d'estate tra quei campi di granoturco e capannoni vuoti.
Scese le scale barcollando. che rabbia addomentarsi di pomeriggio, che rabbia cazzo.
Quelle sere dove non sai come stare in piedi, e dormire non è solo il solito gioco con la notte. è inconcepibile.
seduto in giardino si respira. decisamente meglio.
il vento sale, ci sono fulmini che coprono l'orizzonte, e salgono, su linee anarchiche.
Sul davanzale della finestra accanto a lui un CD. "fulmini e temporale", 12 tracce con campionature ambientali registrate durante forti manifestazioni climatiche.
Era un regalo, lo tenne in camera da quando lo acquistò, e non riuscì più a consegnarlo, assieme ad una compilation di musiche popolari indiane, e a 12 vasetti di piante grasse, ognuna di un tipo diverso. pelosa. ispida. frastagliàta. a scaglie. puntigginosa. paffuta.
poi in uno degli schizzi da lavanderina, venne spostato in giardino.
assieme alle piante grasse.

mercoledì 4 agosto 2010

ferràglia

"lui era uno di quelli che nel portafogli tengono cinque euro piegati,il codice fiscale, la postepay, e la tessera della raccolta punti per le birre al pub.
Seguendolo non potevo che infastidirmi, il suo ciondolare era surreale, irritante, da corrergli incontro, e tenendogli le spalle forte, squotendolo, urlare.
- Staaài dritto cazzo!
uno, due tre, quattro mandate.
apre la porta, legno lucido, laccàto, pesante, si apre su un pavimento pesante quanto l'uscio, scuro, incapace di riflettere luce, anzi, la mangiava, la luce.
tre passi veloci verso un corridoio, tutta la stanza era coperta da un ombra nebbiosa, sulla sinistra, scorrendo i passi, una porta aperta.
- ciao nonni!
dentro una cucina, sulla poltrona da una parte della stanza, il nonno, ansimante, ammaina il braccio sbuffàndo un saluto, dal pavimento la nonna, sdraiata a terra, con mezza testa sotto la proiezione del tavolo, occhio spalancato e sorriso imbarazzante.
- ciao tesoro!
via nel corridoio, vuoto, nero, terza porta che si apre, una stanza spòglia con un tappeto in terra, due matite, una finestra con le persiane chiuse, poca luce filtrante, un televisore acceso.
nella stanza accanto un tavolone da pranzo, sarà stato castagno, segnato da coltelli e solchi di penne che infrangono i fogli.
- sono due mesi che mangiamo solo prugne. prugne fresche, cotte, frullate, gratinate, secche, in ogni modo. se avevo il minimo accenno di probabilità di soffrir di stitichezza, ora, giuro, l'ho debellàto."

interrompere l'onda del polso è spesso traumatico.
capita poi quando si è talmente che concentrati da squilibrarsi, l'energia è vincolata in un canale mente mano, ragionando parole e suoni, e quel sentimento. quel maledetto sentimento.
il treno si fermò abbastanza bruscamente. semaforo rosso. c'era da aspettare.
Una cosa che non sono mai riuscito a sopportare è l'odore dei freni di questi treni, per il resto non so cosa dire, ci sono affezionato.
Mi piace l'aria che da tutti i finestrini aperti scivola tra i sedili e mi sbatte in faccia, quando nei pomeriggi torridi mi avventuro assieme a pochi, tra questi vagoni, sedendomi sul posto in fondo, al centro, godendo di folate rumorose dalla campagna circostante.
Mi piace il soffio delle porte che si chiudono, e fissare i fili della corrente che a lato del finestrino mi rincorrono. Su, giù, su, giù, su, giù.
Quando piove mi immergo tra i vetri, con lo sguardo, a cercare equilibri assieme a quelle gocce che tra intercapedine e angoli si sono infilati, appunto, tra il doppio strato di vetri.
Prima tutte indietro, unite in un angolo, spinte dall'inerzia in un triangolo vibrante, poi via veloci dalla parte opposta, con la velocità che diminuisce, a schiantarsi sul filo di silicone.
Si ferma il tempo.
Non sono di fretta, anche se lo sono, e se fa caldo, faccia caldo, se fa freddo. faccia freddo.
Cerco a volte i segni di esperienze vissute, come se il caso mi ponesse su quello stesso vagone che quel giorno mi vedeva con.
O quel sedile dove ho provato questo.
e quello.
dove ho letto quella frase, e mi sono fermato a fissare chi mi stava seduto di fronte.
dove ascoltando quella musica, capii di averti perduta.
dove mi perdo io ora, tra soffi di vento, e gocce intrappolate.