lunedì 26 ottobre 2009

Saìma

I passi brevi non erano sintomo di paralisi.
Voleva vivere uno spazio più grande, Saìma, ed il suo le pareva piccino.
Le piastrelle del pavimento della stazione scandivano il ritmo regolare dei suoi muscoli legati.
Il freddo
La fame
Il riposo sulle panchine di marmo
Le anfetamine
Un solco solo sul suo volto via dall'occhio fino al labbro, come consumata da una lacrima perenne
nata arida sotto il sole Africano, spoglia e secca nel gelo di milano.
La volta di ferro sulla sua testa spettinata la illuminava di neon e luci di treno.
La gente veloce la sfiorava appena, sembrava quasi crollare tra folate di vento.
Quando si siede, Saìma, va dove ci vanno i bagagli.
E a quegli umani frettolosi sorride, puntando il dito, lanciando una bestemmia malata.
Poi si ferma, rigida, di colpo dal riso saziata.
Un bagliore le taglia la mente, fruga preoccupata tra le borse, ed estrae due tovaglioli di carta, quelli ruvidi dei bagni pubblici per asciugarsi le mani.
Saìma quanto hai perso
Saìma si è stancata
Sfoglia le carte con sguardo vivo laddove nascevano lettere, parole, storie, un libro.
Quante avventure leggi, Saìma
a seguire con il dito paragrafi d'aria e dita mangiate.
Saìma ora sogna, voi fate quel che fate.





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