sabato 3 maggio 2008

Riaffiora di recente

Che fosse nebbia, lo notavo dalla poca visibilità che mi impediva di definire correttamente la linea del mio naso. La sensazione era paragonabile a quella di un sogno, dove la vista c'è, ma non funziona, e il grigio è tutto, nei polmoni con il suo umidiccio colare, e negli occhi, con la sua mano fiera che faceva da bandana. Eppure era quiete quella che mi invadeva, non paura o mancanza di stabilità, ma immensa, eterea quiete.
Se non fosse stato per quel cigolìo maledetto, "gnik gnak" che muoveva la sua vibrazione al mio orecchio, come corda di violino stonata e logora, il sonno mi avrebbe preso con la facilità con la quale si pesca un pesce in una cava.
E quindi nulla, nulla da fare, sentirsi riscaldare dalla pace dei sensi, avvolto in quel velo, con un pensiero dietro l'altro, in fila indiana, che sfilava baldanzoso intonando cori di sfottò, imprecando al silenzio parole che quello non riusciva ad assorbire, lasciando sul pavimento macchie sporche di fango, da peggior villano che entra in casa senza pulirsi le scarpe.
Condanna, direbbe qualcuno, sottomissione allo stato vegetativo, succube del pensare appunto, del suo essere benigno e maligno, nella sua capacità di spruzzare colore e sporcare di nero.
Condanna? dico io, condanna nel fatto di essere (caro il cartesio, caro lui)? uff, che ramanzina da teatrino greco, evito subito, si.
Eppure restava quella sensazione di insoddisfatto-appagato, e come mai, in questa contraddizione...
Forse il piacere che a volte il silenzio dona, quell'ombra di echegiì, di cappa sonora, quell'etranearsi totalmente, fissando quel puntino li in alto, come fosse arte, nel suo essere punto, punto e basta.
E appagato? si, dal fatto che in quel silenzio

come ora, ci crollo, e del piacere di prima, resta che il piacere di adesso.




06.11.2006


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